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Un assaggio del libro...

A quota 1.776, a Cima Grappa, riposano 22.910 soldati noti ed ignoti che combatterono in quella che fu la Prima Guerra Mondiale.

Una guerra che, come tutte le guerre, fu inutile, ma che fu voluta dai Regnanti perché doveva portare l’ordine fra i popoli già sottomessi; popoli che avevano il solo “torto” di bramare libertà e indipendenza.

Così, con queste prospettive, si affaccia un secolo nuovo, il XX, che dovrebbe essere un secolo moderno, ma che si rivela un secolo come gli altri: “sanguinato”. All’alba di nuova storia, la migliore gioventù dei popoli d’Europa é chiamata alla guerra.

Furono migliaia i giovani che non ritornarono a casa: lasciarono la vita in un campo di battaglia e solo umili croci sono rimaste a loro ricordo; ma per molti di questi giovani il destino é stato più crudele e neppure il nome é scritto, poveri militi ignoti.

Il Monte Grappa è una “Montagna Sacra” per i popoli d’Europa, perché lì l’odio si è spento e ha lasciato spazio all’amore che ha creato un grande simbolo di pace: sotto le nuvole del cielo del Grappa, dal 1935 s’innalza il Sacrario dove sono raccolti gli umili resti di amici e nemici uniti nell’unico abbraccio della morte.

 

L’Ossario di Cima Grappa: Parte Italiana*

 

Ogni eroe sepolto è rivolto verso la propria terra: gli italiani verso sud, mentre per i “nemici” austro-ungarici il nord indica le loro patrie lontane.

E poiché la morte rende uguali, i loculi sono tutti uguali, ognuno con il nome, per chi un nome ce l’ha, invece per gli ignoti un’unica scritta: “Ignoto”.

Nel settore riservato alle truppe austro-ungariche c’è un loculo del tutto particolare.

È la tomba del soldato Péter Pan.

Un soldato che si è fatto onore servendo la propria patria e lasciando la sua giovane vita a Col Caprile. Péter Pan, nome che non passa inosservato perché è lo stesso del personaggio nato dalla penna dello scrittore James Matthew Barrie che racconta di un bambino che non vuole diventare adulto, che abita nell’isola che non c’è e che combatte contro Capitan Uncino.

Molte coincidenze legano i due Péter Pan: il personaggio della fiaba nasce nel 1897, così pure il soldato Péter Pan;. il personaggio della fiaba vive nell’isola che non c’è, il soldatino di Cima Grappa proviene da un paese, “Ruszkabànya”, che non si riesce a localizzare.


Il settore austro-ungarico del Grappa*

 

La scheda personale del soldato Péter Pan scrive quanto segue:

« Péter Pan, nato il 21 agosto 1897 a Ruszkabànya Krassò-Szörèny, Ungheria, 30° Reggimento Fanteria Honved, 7° Compagnia. Morto in azione il 19 settembre 1918 a Col Caprile, quota 1.331 ».

Non ha nessuna decorazione questo soldato, é un semplice e insignificante soldato dell’esercito imperiale, uno sconosciuto che doveva essere un numero, ma che, per il nome che portava, è quasi un eroe e, come il Peter Pan della fiaba, ci farà volare nella sua terra, in quello sconosciuto paese dove una mamma inutilmente ha atteso il suo ritorno.

Péter Pan, un nome affascinante che spinge qualcuno a deporre davanti a quel loculo piccoli fiori di campo.

Ma c’è un mistero attorno a questi fiori.

Di giorno qualche mano gentile li posa, però gli alpini che curano il Sacrario ogni sera li tolgono, allora, chi porta i fiori di campo che gli alpini trovano all’alba sulla tomba di Péter Pan ?

Si sono versati fiumi d’inchiostro e si è dato libero campo alla fantasia, così è nata anche la fiaba moderna di un Péter Pan che riesce ancora a far sognare piccoli e grandi, perché è sempre il simbolo del sogno di pace e fraternità fra i popoli.

 

 

La tomba di Péter Pan*

Mani pietose

Nella Battaglia del Solstizio anche le truppe ungheresi del 30° Honved, 7° Fanteria prendono posizione a Col Caprile, un pietroso colle del Massiccio del Grappa, che guarda verso il Canal di Brenta; l’ordine è di sfondare la linea italiana o, in caso contrario, di non cedere mai la posizione al nemico.

Fra questi soldati dell’esercito ungherese c’é un giovane fante che con l’Ungheria non ha nulla da spartire, anzi non è neppure ungherese, ma il suo piccolo paese è sottomesso all’Ungheria, di conseguenza è stato costretto all’arruolamento.

Questo soldato si chiama Péter Pan.

È il 19 settembre del 1918. Il bombardamento dalle postazioni italiane di Col Beretta è iniziato al mattino di buon’ora e punta direttamente su Col Caprile.

Agli ungheresi, sprovvisti di pezzi d’artiglieria, non rimane che rispondere al fuoco con i fucili e, nascondendosi dove possono, cercano pure di evitare i cecchini che sparano su tutto ciò che si muove.

Lapide che ricorda la presenza della Croce Rossa in Grappa*

 

Nel tardo pomeriggio il fuoco cessa e su questo campo di battaglia di Col Caprile rimangono sei soldati: il sergente di Fanteria austriaca Dymar Gustav, quattro soldati dell’Honved (Bognaz Jozséf, Nagy Jozséf, Pan Péter, Vindeker Jakob) e l’austriaco Bartas Daniel.

Nell’aria c’è ancora l’odore della polvere da sparo e quella puzza di morte che si avverte dopo una battaglia; i lamenti dei feriti si sentono fino a fondo valle, molti di questi hanno inutilmente cercato di raggiungere le loro postazioni, implorano inutilmente aiuto e, in quella loro lingua strana e incomprensibile al nemico, forse hanno pregato o maledetto il brutto momento, ma sanno anche che devono attendere l’arrivo dei barellieri.

Nessun compagno d’armi, per soccorrerli, si avventurerebbe allo scoperto in una postazione del genere; così chi rimane ferito sa che dopo i bombardamenti arrivano gli italiani della Croce Rossa americana.

Per i feriti, una volta guariti, c’è la prigionia, almeno quella è lontana dalle bombe e poi si spera che la guerra finisca.

La fine della guerra é una speranza che attendono tutti da tanto tempo, ma nessuno nelle due parti deve esprimere questo desiderio ad alta voce, sarebbe considerato un disfattista, con il plotone d’esecuzione pronto a sparare; in guerra bisogna solo tacere, obbedire e … morire.

Ormai sono tutti stanchi di essere ammassati su queste montagne, dove da una parte si deve impedire che gli austro-ungarici sfondino il fronte, perché arriverebbero alla pianura veneta e dopo chissà fino a dove, dall’altra parte devono punire gli italiani che non hanno rispettato i patti d’alleanza con Austria e Germania e questo tradimento dev’essere pagato con il sangue.

Ma chi comanda questi soldati è sempre ben protetto, mentre la truppa, sia italiana sia austro-ungarica, oltre a patire fame e sofferenze, cerca di sopravvivere non solo ai pidocchi e alle malattie, ma anche all’arroganza di chi li comanda.

Vienna è troppo lontana per capire i problemi della truppa, così pure Roma; anche se il re Vittorio Emanuele di Savoia ha visitato il fronte del Monte Grappa, non ha certamente sollevato il morale dei soldati.

In fondo si sa che le capitali dei regni sono sempre lontane dai veri problemi delle truppe di prima linea.

Dalla strada di terra bianca si solleva un bianco polverone: sono le quattro autoambulanze della Croce Rossa americana che dalla casera di Col del Miglio, passando per la Valle dei Camini, arrivano a Col Caprile per raccogliere i feriti e i morti.

Il sole è al tramonto, ma c’é abbastanza luce per queste tristi incombenze.

Pochi alpini bastano per il mesto compito, non sono armati, non servono le armi per portare via i morti.

Dall’alto della sua posizione, il nemico austro-ungarico guarda questi alpini, non dice una parola, sa quello che fanno e in silenzio anche il nemico ringrazia.

« Vecio (vecchio), Vecio - un giovane alpino di nome Antonio chiama il suo compagno, l’alpino più anziano - guarda questo soldato, mi sembra un bambino ! ».

« Ma cosa dici, Toni, - risponde il Vecio, sotto la sua folta barba nera - non vorrai che l’imperatore arruoli per la guerra anche i bambini !».

« Dalla divisa è un ungherese, ma mi sembra proprio un bambino ».

« Leggi la piastrina e saprai subito se è un bambino o un uomo ! ».

Antonio è abituato a questo e con indifferenza, mentre sta per sbottonare la giacca dell’ungherese morto:

« Vecio, guarda, dal taschino è uscito un fiore, un ranuncolo appassito, forse a questo bambino … soldato… piacevano i fiori, ne conserva uno …forse voleva portarsi a casa un ricordo di questi posti ».

« Io penso che questo fiore l’abbia portato da casa, non vedi che qui in Grappa, con le bombe che hanno sparato, i fiori non crescono, sicuramente è un ricordo di casa, vedi com’è vecchio e appassito; suvvia, rimettilo dov’era, guarda chi è e quanti anni ha quest’ungherese ».

Il giovane alpino sbottona la divisa insanguinata del soldato, deve leggere sulla piastrina appesa al collo.

« Vecio, è scritto Pan Péter, 1897 Ruszkabànya - Krasso-Szoreny Magyar; ha 21 anni, non ti sembra strano che un soldato ungherese abbia un cognome italiano ?».

« Cosa? - grida il Vecio - Un cognome italiano? Non sarà mica un traditore ! ».

« Ma no, - dice Antonio - non vedi che è nato a Ruszkabànya - Krassò-Szörèny, in Ungheria, chissà dove sarà questo paese dal nome così strano e difficile ».

« Hai ragione, – borbotta sottovoce il Vecio – in Italia non esiste nessun paese con questo nome … ungherese ».

Raccolgono le povere spoglie di questo Pan Péter, sicuramente, come tutti i caduti in guerra, è morto dissanguato, non si sarà nemmeno reso conto di morire.

Mentre con una barella trasportano il soldato sull’autolettiga dei morti, Antonio, che è dietro, osserva il soldato che trasportano e dice:

« Vecio, lo sai che il nome di questo soldato Pan Péter non mi è nuovo ?… L’ho sentito ancora ».

« Certamente che l’avrai sentito, tu che sai leggere e scrivere meglio di me, non hai mai letto la storia di Peter Pan ? ».

« Ora ricordo, avevo letto prima il cognome e non mi sono accorto che Pan Péter è anche Péter Pan; ma io l’ho letta quella storia che parla di un bambino che non vuole diventare uomo e che combatte contro Capitan Uncino! Vuoi vedere che questo Péter Pan è proprio quello della fiaba e che è qui in Grappa per combattere contro Capitan Uncino! Sicuramente siamo noi italiani il suo Capitan Uncino ».

« Dai, - dice il Vecio – cammina e non pensare all’ungherese, andiamo al cimitero che fra poco è buio ».

Salgono sull’ambulanza e si mettono seduti a fianco dei morti che devono seppellire, fortuna che oggi sono pochi, così non ci sono problemi di spazio; altre volte sono stati costretti a salire sul tetto dell’ambulanza per non fare la strada a piedi e di corsa.

Sulla via del ritorno, solo le due ambulanze che trasportano i morti deviano verso la Val Piana dove c’è uno dei sette grandi cimiteri del Grappa.

Una volta arrivati al cimitero, l’alpino più anziano, rivolgendosi agli altri, dice:

« Ricordatevi di fare la lista di quello che trovate nelle tasche per spedirlo alle loro famiglie tramite la Croce Rossa americana e conservate una delle due piastrine con il nome ».

« Vecio, lascia a me Péter Pan, mi è simpatico questo soldato bambino e - frugando nelle tasche del soldato morto, Antonio continua a parlare - vedo che, oltre al ranuncolo, in tasca c’è una piccola conchiglia e c’è pure una pietra bianca, sicuramente qualcosa lo lega al mare, ma questa pietra bianca, così bianca, lucida e liscia e tagliata bene… non capisco il significato… non capisco il perché.

Di soldi non ce ne sono, non ha neppure la foto della sua mamma o della sua famiglia o della fidanzata, sicuramente é un soldato povero; lo sai, Vecio, che nell’Impero ci sono anche lì paesi poveri come i nostri ! ».

« Lo so, lo so… cosa credi? Ho visto i prigionieri austro-ungarici che divorano le nostre pagnotte di pane dalla fame; peccato che non ha nulla di particolare nelle tasche da spedire alla famiglia, ma in ogni caso lasciagli quel fiore, quella conchiglia e questa pietra bianca che mi sembra marmo, al soldato Péter Pan gli faranno compagnia per sempre ».

Un vecchio frate Francescano, cappellano militare, guarda la piastrina di Péter Pan , legge “ortodox” e dice:

« Anche questo è un povero cristiano che è andato a farsi ammazzare in questa stupida guerra, mi sembra anche molto giovane ».

Su un quaderno conserva i dati personali dei soldati sepolti nel cimitero di Val Piana e scrive:

« Pan Péter, nato il 21 agosto 1897 a Ruszkabànya - Krassò-Szörèny, Ungheria, 30° Reggimento Fanteria Honved, 7° Compagnia; deceduto in azione il 19 settembre 1918 a Col Caprile, quota 1.331, di religione cristiana ortodossa ».

Gli alpini depongono le povere spoglie di Péter Pan in una bara di pino stinto e la posano vicino a quelle dei suoi compagni d’armi, nella fossa scavata durante la giornata; fanno tutto senza parlare, non vogliano disturbare il sonno di questi soldati che furono nemici.

Il vecchio frate recita a voce alta le preghiere dei defunti e benedice le povere salme, mentre un caldo rosso sole settembrino scende dietro i monti dell’Altopiano dei Sette Comuni, lasciando spazio alla notte.

E anche lì, sull’altopiano, s’intravedono i bagliori di guerra.

C’è una grande tristezza su questi monti che anche oggi hanno visto una giornata di sangue e di odio consumarsi inutilmente.

Antonio e il Vecio hanno terminato la loro giornata con queste sepolture e si avviano a mangiare qualcosa prima di andare a dormire; loro sono abbastanza fortunati, fanno la guerra nelle retrovie, anche se hanno l’umile incombenza di raccogliere i morti. In fondo in guerra non si può scegliere cosa fare.

Strada facendo, Antonio dice al Vecio:

« Soldati morti ne abbiamo raccolti tanti, ma questo Péter Pan che abbiamo raccolto oggi, l’ho in mente; hai visto? Non aveva neppure il segno della barba, è più giovane di me, così giovane e in prima linea a farsi uccidere, e poi a nessun soldato abbiamo trovato dei fiori in tasca.

E - continua Antonio - quella piccola conchiglia, qui fra queste montagne piene di sassi, … in questa lurida guerra, forse voleva sentire le onde del mare; lo sai, Vecio, se appoggi una conchiglia all’orecchio, si sente il rumore del mare! Sicuramente voleva sentire il suo mare che dev’essere vicino a casa sua, ma dove c’è il mare nell’Impero Asburgico? In Ungheria non mi sembra ci sia il mare.

Hai visto quel pezzo di sasso bianco e lucido? Tu dici che è marmo, ma che cosa ci faceva in tasca? … Che ricordi avrà portato in guerra quel pezzo di marmo bianco ?

Vecio … Vecio, chissà sua madre come sarà in pensiero per il suo bambino in guerra e … chissà dove sarà il suo paese !

Ma abbiamo pure noi delle mamme, anche le nostre saranno in pensiero, cosa dici, Vecio ? ».

« Toni, Toni, stasera chiacchieri … chiacchieri troppo. Non ti ho mai visto così, cos’hai oggi che sei così ?

Noi due assieme ne abbiamo raccolti tanti di soldati morti, ma non sei mai stato così chiacchierone come ora !

Questo Péter Pan ti ha sconvolto, che siano la conchiglia, il piccolo fiore o il pezzo di marmo bianco che stasera ti fanno così esuberante?

Ma chissà … ora che ci penso anch’io, ma che ricordi porteranno queste tre cose che abbiamo trovato in quelle tasche ?

Senti, Toni, mi è venuta un’idea, - continua il Vecio - quando finirà questa stupida guerra, se sarò ancora vivo, vorrei scoprire chi mai é questo Péter Pan; questo nome non è facile da dimenticare, vuoi che andiamo a cercare sua madre ?

Sai, ragazzo, ora mi sento come te, un po’ curioso e un po’ ficcanaso, vorrei proprio vedere il suo paese, sicuramente è in riva al mare, mi sembra che l’Impero abbia paesi lungo il mare, forse la sua casa é vicino a Trieste, ma non capisco, ma perché indossava la divisa ungherese ? ».

« Vecio, Vecio… brontoli tanto, ma vedo che la pensi come me; questo soldato ungherese non ci farà dormire perché ne parliamo troppo, una cosa così non è mai accaduta con nessuno.

In fondo è un soldato, un nemico come tanti altri, ma che oggi scopriamo essere giovane, ancora con poca barba, con un piccolo fiore nel taschino, una conchiglia e un pezzo di marmo bianco in tasca; un nome che mi sembra italiano, poi scopriamo che arriva dall’Ungheria, ma Vecio, non pensi che ci sono dei motivi per tutte queste casualità? Vecio, tu credi nel destino? Vuoi che questo Péter Pan, il destino abbia deciso di fermarlo a Col Caprile ? Possibile che non ci sia stata un’alternativa perché di questo Péter Pan non ci si potesse dimenticare? ».

« Toni, Toni … mi sembra che tu stasera hai un po’ bevuto, cosa vuoi che sappia io di quel fiore, di quella conchiglia, di quel pezzo di marmo bianco e del destino ?

Però la curiosità me la fai proprio venire e vedrai, te lo prometto ancora, che quando la guerra sarà finita cercherò la sua casa; ci andremo insieme, incontreremo sua madre e le diremo che suo figlio Péter Pan non siamo riusciti a salvarlo, ma è morto senza soffrire.

Lo sai che non si deve far soffrire una mamma che ha il figlio morto in guerra e poi … racconteremo tante altre cose.

Seppure é un nemico, a noi cosa importa? Non siamo né l’imperatore d’Austria né il re d’Italia, siamo tutti dei soldati obbedienti, come lo sono i nostri nemici con cui ci spariamo addosso » conclude il Vecio mentre con Antonio entra nella tenda della Croce Rossa americana per mangiare qualcosa.

Il sole è già sceso e la notte, assieme alla luna, inizia la sua ronda fra questi eserciti stanchi e stremati.

Speriamo che questa sia una notte tranquilla, ma in guerra, specie per i vivi, difficilmente le notti sono tranquille; per Péter Pan questa sarà la sua prima notte di tranquillità, di silenzio e di riposo.

Le mani pietose di Antonio e del Vecio hanno deposto il suo corpo ai piedi del Monte Grappa, ma la sua anima è rimasta viva in quest’aria, assieme ai suoi compagni che, come lui, non ritorneranno più a casa.

Péter Pan non rivedrà mai più la sua Ruszkabànya, nella zona di Krassò-Szörèny, nella sua lontana terra del Banat.

 *= NEL LIBRO LE FOTO SONO TUTTE IN BIANCO E NERO.

 

FERDINANDO CELI: "ISCRITTO SIAE SEZ. OLAF POSIZIONE N° 171470" ferdinando.celi@vodafone.it 

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